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Home Franchino e la sua BMW

Franchino e la sua Bmw.

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Una promessa, un amore, i ricordi...

Grazie al Signor Pino,

al suo amore per le auto,

e alle sue promesse.

 

 

 

 

 

 

       

 

Questa non è la storia di una macchina, ma la storia di una Famiglia che aveva una macchina.

 

Questa è anche la mia storia.

   

Io sono una BMW 2002 Cabrio.

Il mio nome si pronuncia tutto insieme,

senza prendere fiato,  cosi “BMW2002Cabrio”,

o almeno così mi chiamano a casa.

Di fretta, come uno scioglilingua.

 

Ho molti anni,

nessun cambio automatico,

nessun navigatore, 

non sono aggressiva come i SUV di oggi,

semplice, essenziale,

quasi troppo spartana direbbe qualche giovanotto viziato,

una radio a casetta,

gli sportelli si chiudono uno a uno, nulla di centralizzato,

premendo verso il basso un tappetto nero che man mano che passa il tempo è sempre più duro.

 

Nessun ricambio,

mai,  

nessuna operazione,

tutta originale,

e ne vado fiera,

lo dico con la caparbietà di una vecchia signora di altri tempi quando si imbrilletta per andare a messa

con il rossetto e la collana di perle (vere),

regalatole dai figli per la pensione.

 

Cerco di stare ben lontano dalla ruggine,

mi lascio curare dai raggi del sole la cappottina nera delicata,

e le gocce di pioggia brillano sul mio vestito argento.

A casa mi hanno sempre che sono bella,

una bella carcassa,

stilosa e di altri tempi,

di gran classe,

insomma a casa mi vogliono tutti un gran bene.

 

Quando dico a casa, in realtà,

parlo della mia casa di 20 anni fa,

per me quella è la mia casa.

Io li sono cresciuta.

Li mi piace tornare con il pensiero,

quando fa freddo e la nostalgia si aggira tra i miei cerchioni argentati.

 

Esattamente 20 anni fa io vivevo nel garage di Pietro.

Non mi ricordo molto di quel periodo.

Forse andavo con Pietro a lavoro, oppure no.

Forse stavo in triste garage di periferia un po’ impolverata, li, sola e triste.

 

Pietro ero un calzolaio, anche detto a Roma Ciabattaro.

Tutte le mattine Pietro il Ciabattaro, Impero il tintore e Franchino il perito industriale si incontravano alle 7.45 davanti al negozio di Pietro per andare a fare la colazione nel bar accanto.

Dieci minuti in cui si parlava di tutto: famiglia, calcio, problemi, preoccupazioni, futuro, passato, si davano consigli, ci si aiutava l’uno con l’altro, scambi di favori, favori gratuiti, si trovava anche il tempo anche per scherzare e giocare la schedina. Per tutti la scusa era “il cappuccino caldo e un buon cornetto” …

 

D’inverno a volte si parlava anche di Macchine & Motori,

ma solo per dire a Franchino che la macchina della moglie non era partita la mattina prima,

Impero e Pietro avevano dovuto spingerla per la via di corsa,

perché lei doveva accompagnare le bambine a scuola e poi andare a lavoro…

e quindi oggi la colazione doveva pagarla Franchino!

Franchino pagava, ringrazia e malediva la Batteria …

e il vizio della moglie di lasciare i Fari Accesi …

ma se la becco … annuiva sorridendo

La sera, a cena, la moglie aveva confessato anche questa volta …

 

Poi un rapido saluto, una battuta e poi via, ognuno ai suoi impegni.

Tutti i giorni, lo stesso appuntamento, sempre. Immancabile.

 

Franchino, da grande, ma era già grande, voleva una macchina proprio come me, uno sfizio, forse l’unico…

Dopo aver pensato alle cose importanti:

una famiglia,

una brava moglie che aveva imparato anche a cucinare la Pizza,

una figlia che faceva i capricci,

una casa modesta ma accogliente che a tutti sembrava una reggia,

decise (con l’approvazione  di tutta la famiglia) che era giunto il momento di cambiare la macchina Familiare…

 

E’ vero,

io non sono macchina Familiare,

io non  ho 5 sportelli,

io non sono comoda per viaggiare,

ma la Famiglia, capitanata da Franchino era troppo compatta,

e appena mi vide non poté non innamorarsi di me.

 

In pochi giorni, la vecchia Alfa Sud Sprint Bianca mi fece spazio, nel garage della via.

E io non li delusi.

Un bel rombo del motore.

Antica, bella, fiammante, unica e elegante.

 

In realtà chi si era veramente innamorato di me era solo Franchino,

lo vedevo quando la domenica mattina alla fontanella dei giardinetti mi lucidava con la sua pelle di daino, fiero e innamorato.

La parte femminile della famiglia, non era innamorata di me (io o un'altra non avrebbe fatto differenza)… ma era innamorata di Franchino,

e questo era bastato ad approvare l’acquisto (6 milioni di vecchie lire).

 

Le macchine in Famiglia erano due:

una piccoletta scatoletta blu notte (500)

poi sostituita da un’arrogante 127 verde pisello con l’arrivo della secondogenita ,

e io… antica, bella, fiammante, unica e elegante.

La prima per tutti i giorni,

per la spesa,

per il lavoro,

per i viaggi,

per il campeggio,

per le gite,

per il traino,

per i temporali,

per il traffico,

per il mare…

 

Io invece, ero l’eletta:

la macchina della domenica,

poche uscite,

sempre pulita a pennello,

d’estate mi toglievano la cappotta,

perché cosi gli piacevo di più…

Mi scappottavano e andavano canticchiando per le vie della città,

io ero parte della loro felicità,

in quei momenti si, ero veramente felice.

Un gran bel rompo del motore.

 

Poi c’erano le grandi occasioni,

il battesimo della secondogenita,

la comunione della prima,

il primo giorno della seconda,

i 18 anni della prima…

e cosi via, un’avvicendarsi di occasioni, matrimonio, uscite ufficiali,….

 

Una volta persino una visita ufficiale al castello degli Orsini,

accompagnata da una Ferrari Testarossa… e la star ero IO!

Incredibile, signori signori, un vero sogno.

 

I giorni passavano, tranquilli, soleggiati, e beati… e poi un giorno di Agosto il buio.

 

Io ero parcheggiata davanti al portone della casa di campagna di Franchino (un paesino della sabina),

dove la Famiglia trascorreva le vacanze estive,

andando a raccogliere more e cenando sul terrazzo di casa al fresco.

Franchino, rincasava portando i cornetti caldi per la colazione alla sua “piccoletta”

(chiamava cosi la sua secondogenita),

chiude gli occhi,

in un secondo,

il cuore si ferma.

Ci saluta.

 

In realtà va via cosi in fretta che non ha neanche il tempo di salutare.

 

Buio.

Triste.

 

A questo punto nessuno si cura di me, rimango sola.

La Famiglia ora è troppo presa a rimarginare le ferite,

a riempire l’assenza,

a lottare con il dolore.

Mi mettono in un vecchio box sotto terra.

Mi coprono con una coperta rosa, dicono per non farmi rovinare, ma la verità era per non farmi vedere. Ogni volta che mi vedono (anche se coperta) infatti il loro cuore si riapre, piangendo sangue e silenzi.

Io sono l’oggetto dannato, la gioia dei ricordi felici, la spina del dolore.

 

Mi lasciano li,

per un giorno,

per mesi,

per anni,

pensando (sperando) che magari un giorno qualcuno chissà … avrà  la voglia di scoprire il telo…

Non toccano nulla,

gli occhiali,

i documenti,

il portabagagli,

tutto rimane immutato come congelato,

il tempo passa,

le mie gomme si “opacizzano”,

il motore si impigrisce,

le mie guarnizioni si induriscono,

il tempo mi accarezza…

 

Poi un giorno, Claudio, fratello della moglie di Franchino,

forse memore nella sua adolescenza di aver sfrecciato con me 10 anni prima,

mi prende per giro del palazzo.

 

Anche per lui è dura, ma ci prova lo stesso;

si rende conto del mio stato di salute, della mia solitudine, della mia tristezza.

 

Quel giorno mi fa delle foto,

che ancora sono imbustate in qualche cassetto,

alla luce del sole il mio argento è sempre più bello,

la mia cappottina sempre perfetta,

e io sembro dire “un gran rombo ancora, per favore, ancora uno”.

Poche ore sole, e poi di nuovo nel garage.

Passano giorni, mesi, anni.

 

La famiglia di Franchino (moglie, primo e secondo genita)decide che una soluzione va presa.

Quella macchina deve tornare a sentire l’asfalto sotto di se.

Molto a malincuore decidono di metterla in verità,

ma su una cosa sono d’accordo:

che sia venduta ad un uomo di cuore,

non uno qualunque,

non uno che la smonta e vende i pezzi per pochi soldi preziosi,

ma a uno che si prende cura di lei,

a chi sa capirla,

a chi la conosce.

 Cosi, la macchina viene venduta al Tal Signor Giuseppe Altomare

(anche detto MAGO delle BMW, anche detto Pino);

un giorno viene e la porta via.

Solo la moglie di Franchino va a salutarla e prova a far capire a Pino con poche parole il  “valore” di quella macchina… “sa, mia figlia, la grande, avrebbe voluto sposarsi con questa macchina, ma mica possiamo aspettare lei”….

Pino, promette, che se mai sarà, lui la consegnerà.

Se ne prenda cura, aggiunge la moglie di Franchino.

Arrivederci.

Finito.

 

Passano giorni, mesi, anni.

La figlia di Franchino decide di sposarsi

e nello stesso istante decide che al suo matrimonio ci dovrà essere “BMW2002Cabrio”

con il suo rombo del motore.

 

Oggi stesso chiama il Signor Pino,

un po’ timorosa,

chissà se la macchina esiste ancora,

se cammina,

se il signore che l’ha comprata si ricorda della promessa,

chissà … chiama…

 

Pochi minuti e tutto è deciso:

Pino dice una frase sola “ io sono un uomo di parola, la macchina di suo padre non solo è qui davanti a me, ma ci sarà per il giorno del suo matrimonio, non si preoccupi”.

 

Il giorno arriva,

Io sono sempre antica, bella, fiammante, unica e elegante.

In questi lunghi anni non sembro essere stata curata, ma viziata.

Ho l’aria paciosa di chi sta bene, l’argento brillante, il nero lucido… e il rombo indimenticabile.

Sono perfettamente perfetta, splendidamente splendida, una promessa mantenuta.

Accompagno IO la sposa, senza un nastro, cosi, come sono.

Non serve.

 

Franchino quel giorno non c’è.

Non c’è perché nessuno l’ha visto.

Ma c’era.

Io l’ho visto.

Era seduto al posto di guida.

 

Io sono rimasta davanti alla porta spalancata della chiesa e lui da seduto vedeva tutti e tutto,

ha seguito la sua figlia capricciosa con lo sguardo quando è entrata da sola in chiesa,

quando il futuro marito le è andato incontro,

quando insieme hanno attraversato il tappeto rosso,

lo scambio delle fedi,

la promessa,

il lancio del riso,

tutto, proprio tutto.

 

A dirla tutta,

anche se avevo promesso di non dirlo,

ma per voi farò un’ eccezione,

devo dirvi mi sono anche commossa,

una lacrima è scesa sui miei fari bianchi tondi,

ma nessuno lo ha visto.

Solo io.

 

Poi, gli sposi, mi hanno portato a Castel San Angelo,

di nuovo allegria, di nuovo asfalto, di nuovo rombo del motore.

Io e Franchino sfrecciavamo per le strade del centro, finalmente di nuovo felici.

 

Franchino quel giorno ha portato un regalo dal cielo, non ha fatto piovere,

la sua figlia capricciosa aveva deciso che la macchina sarebbe stata scappottata e  cosi doveva essere.

Cosi è stato.

Lei lo sa.

Lo ha ringraziato.

 

Ora sono di nuovo qui, dal Signor Pino.

Pino mi coccola, mi vuole bene, qui ho altre amiche come me, siamo una bella compagnia.

Stiamo bene.

Qualche volta Franchino,

quando la sua Famiglia sta dormendo beata e non gli da preoccupazioni,

capita di rado a dirla tutta,

viene a trovarmi,

si siede al posto di guida e con la sua pelle di daino mi spolvera ben bene.

 

Ieri  dal cielo è caduta qualche goccia di pioggia, 

sorridendo ho pensato “è Franchino” che mi ringrazia e accarezza la mia vernice argentata,

aspettando un nuovo rombo di motore.

 

PS: oggi la primogenita ha ordinato la sua prima BMW, chissà se quando l’accenderà si ricorderà del rombo del mio motore….

 

 

 

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